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Recensioni

Recensione a Giuseppe Tognon, La democrazia del merito, Salerno Editrice, Roma, 2016

di Elena Vivaldi

 

Il libro di Tognon affronta un tema cruciale oggi: quale ruolo può giocare il merito nelle democrazie? Quali sono i rischi sottesi ad una generalizzazione della logica del merito negli ambiti più disparati del vivere comune? In che modo la democrazia può riuscire vincitrice dal confronto con chi non la intende come uno strumento di promozione umana e la considera ormai quasi spenta o deformata fino ad essere irriconoscibile? Il dibattito sulla natura della democrazia è antico: opportunamente l’Autore ha voluto dedicare un capitolo alle sue origini e alla sua “ambiguità” così come però alle “trappole“ di una concezione della meritocrazia fondata sulle teorie del capitale umano e su una competizione falsata da miti profondamente antiumanistici. Come noto, il concetto di meritocrazia è stato teorizzato dal sociologo inglese Michael Young nel 1958, il quale lo ha inteso quale principio di organizzazione sociale che fonda ogni forma di promozione e di assegnazione di potere esclusivamente sul merito. La formula che lo descrive prevede che il merito sia la sommatoria tra il quoziente di intelligenza e lo sforzo che ciascuno deve compiere per ottenere un determinato risultato. «Il merito è … la risultante di due componenti: il talento che ciascuno ottiene dalla lotteria naturale e l’impegno profuso dal soggetto nello svolgimento di attività o mansioni varie» [S. Zamagni, Meritocrazia, in Dizionario di Economia e Finanza, Treccani, 2012]. Se, come si afferma in apertura del lavoro, «le istituzioni, le amministrazioni pubbliche, la scuola, la ricerca, le imprese, soffrono … di un “mal di merito” che condiziona fortemente il funzionamento della vita democratica», è altrettanto indubbio che il peso che il merito può e deve avere in una società non può spingerci ad accettare che «una minoranza, anche se composta dai migliori, possa attribuire a sé ciò che la democrazia reclama per tutti, vale a dire le libertà, l’istruzione, il benessere, l’accesso alle cariche». Detto in altri termini, occorre distingue tra merito (o meritorietà) e meritocratizia, come sistema di governo e organizzazione dell’azione collettiva. Peraltro va ricordato che verso quest’ultimo concetto lo stesso Young fu molto critico, in quanto riteneva che esso rappresentasse uno strumento potenziale di trasformazione della democrazia in una tecnocrazia oligarchica. Dove sta il punto di equilibrio in prossimità del quale l’eguaglianza di tutti i cittadini, la loro pari dignità sociale, l’eguale esercizio della sovranità - di cui sono indistintamente titolari - si combina con l’esaltazione delle differenze finalizzate a far emergere i più meritevoli? Non vi è dubbio che la società italiana all’entrata in vigore della Costituzione fosse fortemente elitaria: le ragioni di censo erano decisive ai fini della collocazione sociale degli individui e le opportunità di ascesa sociale erano rimesse soprattutto ad una combinazione casuale di eventi favorevoli. Sulla base di questa consapevolezza, a fondamento della proclamazione della dimensione sostanziale dell’eguaglianza (art. 3, comma 2 Cost.) vi fu proprio il «riconoscimento della sussistenza nell’ordinamento […] di un sistema di rapporti indicente differenziazioni di posizione sociale fra gruppi e gruppi della popolazione tali da contrastare con la pari dignità sociale e da ostacolare lo sviluppo di un gran numero di persone, e più in particolare di lavoratori» [C. Mortati, Istituzioni di diritto pubblico, Roma 1975]. In tale contesto, prendere sul serio il secondo addendo della formula del merito sopra richiamata (lo sforzo) porta a dover necessariamente considerare il contesto in cui si trova la persona, i suoi bisogni, le mancanze che soffre rispetto ad altri, affinché essa possa avere, in concreto, le stesse chances di tutti. Meriti e bisogni, in altri termini, implicano una deroga al principio dell’eguaglianza giuridica, seppur da opposti angoli visuali. Come è stato efficacemente osservato, entrambi (meriti e bisogni) «(ri)trovano un comune denominatore … nella tensione al raggiungimento del pieno sviluppo della persona» [G. Fontana, Diseguaglianza e promozione sociale: bisogno e merito, in www.gruppodipisa.it, 2015]. Pensiamo, ad esempio, all’art. 34 Cost. secondo il quale «i capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi». All’impegno della Repubblica a garantire parità di chances – e non quindi a produrre una eguaglianza nei risultati – segue l’esaltazione del merito, del talento, dell’impegno, della perseveranza del singolo nell’assecondare le proprie attitudini e nello sfruttare le opportunità che gli si presentano nella vita. D’altro canto se queste qualità non trovano riscontro nei fatti non può certo dirsi che il principio personalista che innerva la nostra Costituzione sia effettivamente realizzato, ma anzi potremmo dire che esso vada in frantumi. Non si ravvede pertanto nessuna relazione oppositiva tra tutela dei bisogni e valorizzazione del merito, in quanto entrambi perseguono il fine del pieno sviluppo della persona e quindi dell’inclusione sociale: solo la liberazione dal bisogno può consentire la successiva promozione sociale di quanti hanno le capacità. Ma, se questo è il punto di partenza per impostare una adeguata indagine sul ruolo che effettivamente ha giocato la promozione sociale, e quindi il merito, in questi anni, dobbiamo previamente rispondere ad un’altra domanda, che in effetti il libro pone: quando diversa dovrebbe essere la società attuale affinché possiamo affermare che il disegno costituzionale è stato davvero attuato? Non è in discussione infatti che quello contenuto nei primi articoli della Carta fondamentale fosse l’annuncio di una rivoluzione promessa [P. Calamandrei, Introduzione storica sulla Costituente, in P. Calamandrei, A. Levi, (diretto da) Commentario sistematico alla Costituzione italiana, Firenze 1970] e che, di conseguenza, l’art. 3, comma 2 Cost. costituisse il cardine della palingenesi della struttura sociale. E, inoltre, la diversità può misurarsi solo sulla base della possibilità per tutti di raggiungere le più alte sfere del potere? E’ (solo) questa la dimensione del merito che emerge dalla trama costituzionale? Il libro opportunamente si sofferma anche ad analizzare i temi sottesi alla questione più generale del rapporto tra democrazia e merito, appunto: chi giudica il merito e con quali criteri. Per individuare il merito occorre, infatti, valutare e per valutare bisogna prima misurare. Ma allora è necessario che siano chiare le intenzioni di chi misura e soprattutto, come vengano usati i risultati. «La valutazione è anche una tecnica di potere politico, per esaltare i buoni risultati, per nasconderne altri, […] per scaricare su qualcuno la responsabilità della crisi, per preparare l’opinione pubblica a riforme dolorose ». Pensiamo alla valutazione del merito nelle Università, tema peraltro cui lo stesso Autore dedica riflessioni importanti, rilevando come, in questo settore, le teorie meritocratiche si siano intrecciate con le politiche di austerità, esasperando il livello di competizione tra le nazioni e finanche tra i singoli atenei. Se guardiamo al caso italiano, nella L. 30 dicembre 2010, n. 240 la valutazione viene proposta come la risposta a tutti i mali e le inefficienze del sistema e, su tale presupposto, viene congegnata in modo da investire tutti i profili organizzativi e funzionali del sistema universitario. Ora, a parere di chi scrive, lo statuto costituzionale della libertà di ricerca scientifica e la garanzia di autonomia riconosciuta all’università non si pongono certo come limiti invalicabili all’introduzione di un sistema di valutazione. Anzi, un finanziamento a pioggia delle attività di ricerca potrebbe limitare la libertà espressa nel 1 comma dell’art. 33 Cost. in quanto non vi sarebbe la concreta possibilità di vedere valutati (e quindi finanziati) i prodotti della ricerca in relazione al loro merito scientifico e per quello che possono significare per la società, in termini anche di elevazione culturale. Non solo: un sostegno indifferenziato delle attività di ricerca pregiudicherebbe l’imparzialità e il buon andamento della pubblica amministrazione (art. 97 Cost.), in quanto comporterebbe una non ottimale allocazione delle risorse pubbliche. In questo quadro la valutazione costituisce anzi il presupposto indispensabile della promozione della ricerca scientifica e delle sedi in cui essa si svolge. Ma perché la valutazione del merito nelle università sia ben fondata occorre che sia assunta una scelta chiara, di tipo culturale e politico, sull’università che si intende costruire e promuovere. Quello che, invece, emerge dalla disciplina attuale è un sistema di valutazione che misura, classifica, controlla, punisce, imponendo – infine – uno standard cui uniformarsi. Pensiamo a come la valutazione è stata legata al finanziamento delle strutture. Oggi il risultato delle diverse esperienze di valutazione è quello di distribuire una quota premiale del fondo di funzionamento ordinario; la competizione, quindi, ha ad oggetto un quantum di risorse che fa parte di quell’insieme di mezzi economici che consentono alle singole università di rispondere alla loro missione. Peraltro, se negli anni tale quota premiale va aumentando, è noto che dal 2008 al 2013 vi sia stata una diminuzione del FFO del 22%. In questo senso possiamo forse affermare che la quota del FFO che dovrebbe essere premiale, in realtà premiale non è, poiché non si aggiunge alle risorse necessarie per garantire il buon funzionamento delle strutture, ma ne è in realtà una parte rilevante. Questo elemento rivela la scelta politico-culturale che è alla base dell’ultima stagione di riforme e pone un problema di parità di chances (non solo direttamente di risultati, quindi) tra gli atenei: tra quelli che ottengono migliori performances e quindi sono dotati di maggiori risorse finanziarie (e conseguentemente riescono ad attrarre studenti migliori, potendo contare anche su strutture di più alta qualità), e quelli, invece, con minori risorse finanziarie. Quale divario consideriamo costituzionalmente accettabile? Da un lato, infatti, è indiscutibile che la penalizzazione finanziaria possa spronare gli atenei con performances peggiori a migliorare, ma questo elemento, da solo, rischia di essere controproducente. Al contempo, però, premiare atenei con prestazioni eccellenti, che si discostano in modo considerevole dalla media (nazionale ed europea) può, allo stesso modo, trasmettere messaggi fuorvianti in quanto tale dislivello andrebbe ad affiancarsi a quello territoriale, incidendo in modo pregnante sul riconoscimento di un diritto costituzionalmente garantito, quale il diritto all’istruzione. Da questo esempio emerge chiaramente come il merito non possa essere ridotto ad «una dimensione che riguarda soltanto la materialità delle cose o i rapporti economici». In questa ottica il rapporto che il libro di Tognon vuole mettere in evidenza, quello tra democrazia e merito, è quanto mai cruciale. La democrazia non è solo rispetto delle procedure per consentire, ad esempio, l’eguale godimento dei diritti politici, la libera competizione elettorale secondo cadenze temporali definite, alle quali partecipino una pluralità di soggetti. Ma è prima di tutto sostanza: «una democrazia non solo formale implica che tutti i cittadini siano messi effettivamente in grado di esercitare i poteri che spettano al popolo» [G. Ferrara, Dalla democrazia formale alla democrazia sostanziale, in AA.VV., Individuo, collettività, Stato, Palermo 1983]. O detto in altri termini, una democrazia può definirsi sostanziale quando tutti i consociati, a prescindere dalle condizioni di partenza, possono aspirare, secondo le proprie ambizioni ed attitudini, al potere, che in una società composita come la nostra, non è certamente solo politico-istituzionale. La Costituzione, infatti, non pretende di tracciare il percorso di crescita per tutti allo stesso modo, ma fonda una «benemerenza a priori per tutti i cittadini», che solo in un secondo momento, percorrendo le vie tracciate nei principi fondamentali, potranno tradursi, come efficacemente sottolinea l’Autore, in merito sociale o politico. Una di queste vie è sicuramente la piena attuazione del pluralismo sociale, vero e proprio elemento costitutivo delle democrazie, come ha detto la Corte costituzionale (sent. n. 187/1990) : esso non solo «favorisce la socialità della persona, il suo inserimento nel contesto sociale mediante una rete di relazioni che ne consenta la partecipazione alla vita collettiva e quindi la sua piena realizzazione», ma ha anche un risvolto sulla società, come antidoto alla «democrazia plebiscitaria», nei confronti della quale l'esistenza di formazioni sociali consente di opporre una democrazia matura, in cui si presentano proposte e dove l'azione dei rappresentanti è posta sotto controllo [E. Rossi, Art. 2, in (a cura di) R. Bifulco, A. Celotto, M. Olivetti, Commentario alla Costituzione, Torino 2006]. Un’altra strada è poi sicuramente quella tracciata dall’art. 4, comma 2, Cost., ossia «il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società. Ecco infatti che il lavoro, o meglio la laboriosità dell’individuo, diventano strumento privilegiato attraverso cui realizzare la personalità e contribuire alla costruzione della dignità di ciascuno, un lavoro che non deve essere per tutti uguale, ma che deve chiamare il singolo a partecipare alla realizzazione del bene comune a seconda di quelle che sono le proprie inclinazioni. Vi è poi la via maestra: quella della solidarietà, del dono, del talento all’umanità, come lo definisce efficacemente l’Autore. Espressione più piena della fiducia che si ripone nella vita e della consapevolezza con cui si dispone della propria persona per il compimento dell’interesse alieno, al di fuori degli obblighi posti dall'ordinamento. Detto in altri termini, come brillantemente osserva l’Autore, «una democrazia del merito non è il sistema per selezionare e premiare il merito di qualcuno, ma piuttosto quello in cui tutti meritano, sia pure in misura diversa, se esercitano il loro dovere di vivere, nel tempo e nella società che li ospita».